Quando un’orizzontale sceglie un’unica annata, anche se caldissima e precoce, per farsi conoscere, e la attraversa in tutte le sue declinazioni, permette al degustatore un esercizio raro e sottile, consentendogli di distinguere ciò che appartiene alla stagione e ciò che appartiene alla mano dell’uomo. È quanto ha proposto Ferrari, nel corso del Trento Doc Festival, in una degustazione tenuta presso Villa Margon, la dimora di rappresentanza della famiglia Lunelli: cinque calici, tutti dell’annata 2007, a quasi vent’anni dalla vendemmia.
Anche la scelta del luogo non è un dettaglio. Villa Margon venne edificata nel pieno del periodo conciliare, e custodisce ancora un ciclo di affreschi splendidi, datati 1550, che non hanno mai conosciuto restauro. “Questo si deve”, ha ricordato Marcello Lunelli, “alla natura stessa della dimora: villa estiva, abitata per due mesi l’anno, priva di riscaldamento e con le cucine relegate in un castelletto quattrocentesco. Inoltre, l’esposizione sulla destra orografica dell’Adige, più fresca e meno soleggiata, ha contribuito a preservare le pitture”.
Nel salone dove si è svolta la degustazione campeggia la celebre Battaglia di Pavia, protagonista Francesco I di Valois, re di Francia e il suo celebre motto: “Tutto è perduto fuorché l’onore”. Il ciclo è dedicato a Carlo V, che qui avrebbe trascorso una notte nel 1539, accolto dal cardinale Madruzzo dopo la scomparsa di Bernardo Clesio, principe vescovo di Trento e tra i grandi elettori dell’imperatore.
Perché scegliere l’annata 2007 per questa prestigiosa orizzontale? La risposta è duplice: un’annata che ha visto, da una parte l’inizio della vendemmia il giorno 7 agosto, la più anticipata nella storia dell’azienda, e dall’altra la potenzialità di questo millesimo. Cyril Brun, lo chef de cave approdato a Trento dalla Champagne, ha subito sottolineato la singolare consonanza con la vendemmia del 2026, anch’essa calda, asciutta e avara di piogge. “Le analisi di allora lasciavano perplessi, con acidità piuttosto bassa e pH elevato, ma l’equilibrio, che non si riesce a comprendere leggendo solo una serie di numeri e che si coglie però degustando, ha smentito i dati”. L’orizzontale è stata dunque anche un modo per sfatare il mito di un’annata ritenuta difficile e per interrogarsi su come un millesimo caldo possa essere gestito e di fatto governato.
Brun è una figura essenziale in questa narrazione. Non è un consulente di passaggio, ma un enologo francese stabilitosi in Italia che ha dedicato il primo anno ad ascoltare e osservare tutte le fasi di lavorazione prima di intervenire. Ha fatto acquistare nuove presse e ampliare la cantina, destinando un’intera ala ai vini di riserva. Nato nel cuore della Champagne, ha dovuto ricalibrare il proprio concetto di “Montagne”. “Eppure”, ha osservato, “la complessità trentina non risiede nella geologia, che è prevalentemente alluvionale e glaciale, ma nelle altitudini dei vigneti, nella presenza del lago, nel mosaico di rilievi che modella il clima. Fa eccezione, certo, la Val di Cembra, di origine vulcanica, i cui porfidi regalano vini dai sentori particolari, che in cantina vengono utilizzati come le spezie in cucina, dosati con la massima attenzione nell’assemblaggio”.
La degustazione si è aperta con il Perlé 2007, sboccatura 2023, che ha esordito la serie con un naso maturo e complesso, di fruttato esotico, erbe aromatiche e officinali di montagna, salvia, camomilla, noce moscata, con un tocco raffinato di pepe grigio nel finale. Il contrasto, splendido, sta nel palato: una tesa verticalità e sapidità ancora vivida e una grandissima bevibilità. “Non è un bambino, è un adolescente”, ha dichiarato Brun, con l’invito a farlo invecchiare ancora, per godere appieno della sua evoluzione.
Il Rosé ha consentito di risalire alle origini di una tipologia che a Trento è quasi leggenda: nel 1969 lo zio di Marcello, Mauro Lunelli, lo ideò e lo servì al proprio matrimonio nel 1972, con tale successo da decidere di produrlo. Il millesimato è composto per due terzi da Pinot noir (metà vinificato in bianco e metà con macerazione) e per un terzo da Chardonnay. All’olfatto si apre con un ricordo netto di fragoline di bosco, piccoli frutti rossi di rovo, fiori macerati e tocco di tamarindo, radice di china e lieve soffio fungino. Sorso caratterizzato da cremosità, acidità sostenuta e buona beva. Il dosaggio è di soli due grammi perché “lo zucchero”, ha osservato Lunelli, “aiuta a coprire le mancanze di un’annata difficile, ma sacrifica l’essenza”.
Il Perlé Nero, nato con l’annata 2002, è la risposta dell’azienda a chi chiedeva uno spumante Blanc de Noirs. A detta di Marcello Lunelli, “All’esordio ha disorientato i devoti dello Chardonnay ma conquistato gli appassionati di Champagne”. Brun ne ha lodato la verticalità, più da Blanc de Blancs, in effetti, che da Pinot noir, lasciando intendere che si lavorerà per permettere a questa tipologia un’evoluzione futura che esalti maggiormente la vera natura del vitigno. Il Pinot noir, in Trentino, è stato definito, da molti, più un incubo che una risorsa, ma è proprio questa difficoltà a rendere interessante la sfida. Frutti rossi macerati, fiori appassiti e una nota speziata agrumata di pepe di Timut su ricordi minerali. Cremoso in ingresso gustativo, pulito ed elegante, ben sferzato da acidità ed espressività salina.
La Riserva Lunelli, presentata in Magnum, è stata l’anteprima assoluta dell’evento. Nasce nel 2002, nell’anno del centenario, ispirata da una fotografia che ritrae il nonno Bruno con due zii davanti a grandi botti di rovere. Il legno austriaco, a tostatura raffinata, aveva dato alle prime annate un profilo giudicato fin troppo presente. Oggi, dopo oltre vent’anni, l’uso è più sobrio e sostiene il vino senza coprirlo. Un prodotto che già dall’esordio olfattivo si è mostrato in tutta la sua eleganza e potenza. Sentori di fiori di mandorlo, glicine bianco e magnolia, hanno affiancato un fruttato fresco di pesca noce e prugna estiva, tocco di lime e ananas fragrante, speziato suadente di zenzero e pepe verde. Di raffinatezza rara, colpisce all’assaggio, per una effervescenza che ha mostrato il carattere della suadenza, con una cremosità avvolgente, mentre la verticalità, nell’arrivo dell’acidità, ha permesso il riconoscimento di nocciola fresca, frutta croccante e ricordo di fiori di magnolia. Splendido.
E infine ha chiuso questa esperienza davvero preziosa, il Giulio Ferrari Collezione. La sua storia è un piccolo romanzo di famiglia: Mauro, appena diplomato a San Michele all’Adige, vinificò separatamente le uve di un vigneto storico affacciato sulla valle, ben più soleggiato. Le tenne in cantina per otto anni, finché nel 1980 rivelò ai fratelli quanto aveva “nascosto” in silenzio. La versione Collezione, riservata alle annate eccezionali, viene commercializzata dopo almeno diciotto anni dalla vendemmia. Brun vi ha ritrovato una cremosità che non deriva da alcuna tecnica di cantina, ma, ha ribadito, “dalla magia del territorio”. Naso impreziosito da un floreale di rosa bianca e glicine, ricordi di buccia di pompelmo rosa, nocciola fresca, e una lunga memoria di pepe bianco, foglie bagnate e tocco fungino. Sorso lungo e teso, e con un’avvolgenza e morbidezza già espressiva, che chiude su accenti mentolati.
Una orizzontale che oltre all’eccellenza dei prodotti degustati ha consentito, più che un verdetto, la dimostrazione di una tesi: che il Trento Doc riesce a esprimersi con piena autorevolezza anche e soprattutto nella profondità e nell’ eleganza che solo il trascorrere del tempo può donare. È il tempo, in fondo, il terroir meno studiato.
Perché l’eternità è innamorata delle opere del tempo, William Blake
Ferrari
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